Andando a tempo, il mio.

Immagine

Andando a tempo, il mio.

Il tempo di una fine non ha misura.
Il mio l’ho allargato per anni, tirandolo quì e là, tra sorrisi incollati con le puntine e biscotti con la glassa, a forma di cuore.
Il tuo stava tra il primo ed il secondo, tra il sale, il fischio dell’arbitro e quelle nuvole stupefacenti che non vedevi.
Il tempo di una fine non si misura.
Un anno, due, tre, quattro. Un anno e un giorno, due, tre, quattro. O forse 10 anni, tre ore e 10 secondi. 10 secondi, un tempo inaccettabilmente lungo.
Il tuo pareva stare per aria a gridare offeso, sospeso, in stallo.
Il tempo di una fine non si pesa.
Eppure il mio pesava di chiavi dimenticate, vocabolari spessi di parole da riscoprire e coperte in cui stare avvolta per non sentire freddo.
Il tuo pesava di silenzi e di strati e strati di arroganza sopra cui ti arroccavi.
Il tempo di una fine non ha una forma ma il mio ha quella di una panchina, di una pista da sci, dei 12centimetri dei miei tacchi, di una porta chiusa, ancora.

La forma della mia schiena e dei miei fianchi, in fondo alle scale mentre vado via.

Il tempo di una fine culla il tempo che ci resta, lo lib(e)ra.

(Dalì è un viaggio che cambia assieme a noi, il mio è passato attraverso le sue tele partendo, in un gelido novembre 2004, da Venezia – Palazzo Grassi)

Annunci