Appunti di viaggio, a piedi scalzi

Margherita si era fermata a pensare, seguendo il profilo di uno steccato che la separava dall’intuizione.

Forse stando immobile credeva anche di sviare la caduta della massa di lacrime che premevano partendo dal suo ombelico, sta di fatto che stando immobile continuava, ammaliata, a seguire il profilo di quello steccato.

L’aria le pareva lisa, come quella che aveva respirato in certe sale d’attesa, lisa e fredda, perchè le due cose vanno sempre in coppia.

Al di la dello steccato aveva scorso una figura, una donna, incrociò forse per uno zot di tempo il suo sguardo e all’improvviso, si incrinò qualcosa, uno scricchiolio lievissimo ed i suoi occhi scoppiarono in un orgasmo di lacrime. Corse a cercare degli asciugamani, una felpa, strappò una tenda, le tentò tutte ma il richiamo archetipico dell’acqua la stava attraversando e non c’era nulla che riusciva a fermare il mare di lacrime in cui si trovava ormai immersa fino alle ginocchia.

Sfinita si abbandonò ed non aveva piu’ chiaro quale fosse il luogo in cui si trovava ma scivolò in un qualcosa che la conteneva, lasciandole prendere la forma che desiderava, si sentiva avvolta ma nel contempo liberata libera. Lieve, si lasciò galleggiare cullata dal movimento delicatamente ritmico che percepiva coi sensi anche se non era nemmeno in grado di distinguere quale dei 5 fosse poi  sentì arrivare, da un punto inesprimibile al centro del Regno del Non Si SaCome un ricordo, le parole che le diceva sua mamma quando la vedeva piangere “vergognati! eccola che non sa da dove fare la pipì!!!“.

E così tutta sta costruzione va bellamente a farsi fottere e torno io, me medesima in punta di penna (Augh!!!).

Pensavo a come siano complessi i percorsi di ognuno per scoprire tutte le tessere del proprio mosaico, per ritrovarsi autentici, riconoscendosi.

Pensavo a come per me questo percorso abbia significato scendere dall’apparentemente comodo piedistallo di PrincipessaPerbene ed attraversare paludi a piedi scalzi, rubare cavalli per scippare un frutto da un albero, trovarmi davanti a specchi con la persona sbagliata,  stare seduta sui lampadari per guardare dall’alto se la tavola era apparecchiata bene e smettere per un pochino di apparecchiarla, alzare la voce decisa e dura come in un film anni 50 in bianco e nero, sorridere di un’entusiastica espressione di approvazione di un camionista, indossare alla prima uscita un abito aderente (maculato!) sfidando gli oddionoooocosapenseràdimeeee, scrivere questo post in prima persona.

Pensavo a come  scendere dal piedistallo abbia rimesso in moto in me una infinita varietà di emozioni, pensavo a come sulle prime ho cercato di riguadagnarmi il mio bel piedistallo, sotto la spinta di Messer Paura e Sua Signoria NonCeLaPossoFare.

Pensavo a quanto amore ho avuto in dono, agli affetti piu’ cari, a chi mi ha sostenuta, presa a spintoni, ispirata, fatta arrabbiare, consolata, abbracciato forte. A chi ha condiviso con me i suoi pensieri, le paure, i progetti, i tradimenti, le scoperte, gli incontri, le prove sbagliate che qualcuno chiama ancora errori, le gioie, le tavole imbandite o i letti grigi di un ospedale facendomi sentire parte di questo pianeta. Amata.

Pensavo alle parole che amo: scoprire e condividere.

Ed a quelle a cui ho tolto “potere”: vergogna e paura.

Pensavo a me, all’acqua ed alla stupefacente autenticità che possono riflettere certi specchi.

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Tutto torna

Appena passata offline la coscienza si ritrovò tra magnifiche colline, tutto il giorno non aveva fatto altro che combattere contro la solitudine, quella “strana” che la faceva sentire sospesa e fluttuante in un freddo vischioso pure se stava sulla spiaggia di Rimini con il sole perpendicolare al suo naso. “Ormai” era la parola che teneva in tasca, insieme ai kleenex.

Ma torniamo alle colline, di un verde vellutato, cosparse di gentili frammenti di cristallo mentre il sole stava per riportare la sua grazia sopra le cose, fredde e ferme. Tirava un vento gelido (che poi, per “tirare” ci vorrebbero due lembi e l’azione di due forze inverse, lassu’ invece l’aria “tirava” proprio come l’acqua in discesa) e così mentre l’aria scrosciava furiosamente verso la discesa del cielo lei non poteva far altro che stare immobile, cristallizzata, con gli occhi persi lontano, lo sguardo a lambire la-fine-del-mondo (e laggiu’, ai bordi del mondo, la poteva sentire tutta la vertigine, prenderle le viscere e scuoterle e stringerle e farle salire un grido togliendole nel contempo la forza per esprimerlo).

Lei però non era sola, non lo era almeno quella notte.  C’era un uomo dagli occhi stanchi o forse non erano stanchi ma a lei parevano così, stanchi per le migliaia e migliaia di cose viste e vissute, stava poco piu’ avanti a lei, che non riusciva a staccargli lo sguardo da addosso e seguendo il profilo della sua figura aveva disegnato un origami: un omino grande ed uno piccino. Anche l’uomo non era solo, teneva per la mano un bambino.

 Respirava lentamente lei, il suo fiato saliva in delicate matasse disperdendosi nel cielo di un denso blu cobalto Li osservava rapita, delicati come un ricamo prezioso, i loro abiti ondeggiavano nel vento e loro restavano immobili come due stecchi di ghiacciolo infilati nella sabbia a cui erano restati brandelli di confezione a far da veste.

Si chiedeva che ci stavano a fare lassu’ alla fine della notte, tra cristalli di nebbia gelata che scendevano come le note di un carillon con gli ingranaggi arrugginiti, invece  di stare a letto a dormire sotto le coperte o forse non ce la faceva neanche a chiederselo, la coscienza stava offline e lei stava semplicemente la dove i sogni l’avevano deposta dolcemente perchè, questo bisogna dirlo (e lei lo diceva sempre) i sogni ti depongono dolcemente mentre gli incubi ti catapultano tipo SWaAsHhhh AhIIIooooOOO!.

Il cielo era trasparente e vero, un cielo che non avrebbe ammesso tradimenti e bugie, tanto bello che che avrebbe voluto berselo tutto, alla goccia, se soltanto avesse avuto la forza di muovere le labbra per avvicinarle. Restava immobile invece, con la sete di cielo e la fame di nuvole a guardare l’uomo ed il bambino che stavano  per mano (anzi, come direbbe lei “per-mano” perchè lei ha delle idee tutte sue e dice che quel modo di stare per mano era da “per-mano” perchè ci sono tanti modi di farlo e quello li che aveva davanti ai suoi occhi era di un uomo ed un bambino legati da un-vincolo-di-amore-e-protezione, come un flusso circolare che passa e ritorna, quindi un per-mano obbligatorio).

 Poi dice lei che trattenne il fiato per un tempo indefinito e quando il suo fiato uscì nell’aria gelida si formarono milioni di cristalli luccicanti che il vento sollevò assieme agli abiti e dice che il bambino alzò il braccio destro e raccolse una scia di cristalli da lassu’ nel cielo e serrò le dita con delicata fermezza,  come quando si cattura una farfalla. E trattenendo quella delicata matassa di ghiaccio volante il bambino si girò verso l’uomo e gli sorrise, dice che gli occhi di lui luccicavano come stelle e che il bambino lasciò la mano del padre e prese a correre, anzi, lei dice che fu come vederlo s-correre, leggero come le particelle dei “soffioni” che il vento sospinge sopra i prati, per fecondare ancora la terra.
Dice che sentì le dita della sua mano sciogliersi e avvolgersi a quelle dell’uomo e che restarono immobili, per-mano, con gli abiti scossi dal vento su quella collina ad osservare la scena piu’ bella del mondo e che le lacrime presero a scendergli dagli abiti ed arrivando a terra entravano nel profondo, fino al centro della Terra, come le radici di un ginkgo biloba.
Dice che potrebbe giurarlo, lei stava per-mano all’uomo sulla collina dal cielo cobalto, le sue lacrime scendevano come radici nel profondo della terra ed il bambino correva leggero e felice col suo respiro di cristalli nella mano.