Apnee

Seduta davanti a quella porta, ancora una porta prima della fine, una porta dagli angoli sbeccati e una chiave consunta.

Se fossi qui con me l’aprirei decisa ed uscirei al tuo fianco con il passo elegante e sicuro di Gisele Bundchen sulla passerella, con i tuoi occhi di oceano a mandarmi mareggiate di coraggio e quel sorriso tuo, vestito di orgoglio.

Ci sono giorni fatti di pannolenci e filo da imbastire, giorni precari che procedono per inerzia fino a smollarsi in qualche punto, uno-ad-uno. Giorni con una promessa di nudità, senza un lembo di scuse con cui proteggersi dal freddo.

Con le mani in tasca sto frugando tra le pieghe della pelle altra forza da spendere. Ho il cuore che da un pò di tempo in qua mi telefona a sorpresa per dirmi che sono in rosso ed è ora di rientrare, io ho imparato a bleffare con un sorriso che sa di baci innamorati”si, domani passo a versare…”.

Sospesa. Per ora me ne sto sospesa a farmi curare dalle sue abili mani che scivolano con i polpastelli sui miei piedi e pure oltre facendomi risuonare dentro vibrazioni. Sospesa. Mentre lei si prende cura di me come Madre Terra che col suo fiato benevolo soffia vita sul gelo dell’inverno.

Sospesa. Davanti a questa porta mentre vorrei che oggi fosse in un attimo già domani.

Prima della fine.

On Air, insieme ai Kleenex, questo pezzo:

La Fine – Nesli

Incantesimi (a volte vorrei degli occhi e un cuore normale)

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Camminando nel cielo, in punta di piedi, ho avuto paura di cadere.
Ho cercato la tua mano, ma eri lontano.
Volato via in questo imperioso vento.
O tornato tra i sogni. Chissá.
Ma poi la paura é scomparsa tra le nuvole di ovatta ed io ho camminato dentro questo magnifico, scompigliato, cielo.
Da sola.

Con i piedi, la testa, il cuore e tutte le frattaglie, tra le nuvole.

Girotondo davanti al fuoco

Una madre non può sopportare inerme che qualcuno faccia del male ai propri figli, pure se fosse una zanzara.
Una madre non può stare a guardare il ginocchio sbucciato di un bimbo che é appena inciampato davanti a lei, c’é un qualcosa che la spinge incontro a quell’altra vita, a proteggerlo, assicurarsi che abbia perlomeno qualcuno di caro che si occupi di lui.
Una madre e un padre lo fanno. Fanno cose tipo dormire di un sonno cadaverico dopo una giornata intensa eppure svegliarsi per un bisbiglio leggero come un colibrì, e poi non poter più restare fermi nel letto fino a che non ne avranno visto con i proprio occhi il viso tondo sereno del tenero costruttore di notti insonni e non ne avranno toccato la fronte scivolando in un’avvolgente carezza.
Siamo genitori, sempre.
Tutti noi.
Di semi custoditi nel proprio grembo ma anche di coloro che sono giunti nei nostri pressi per vie differenti. I figli dei miei amici senegalesi sono anche un pò figli miei.
I figli della panettiera dietro l’angolo sono pure un pò miei.
I bimbi che corrono tra le siepi dei giardini sotto casa mia sono un pò pure figli miei.
Credo che la maternitá non si limiti al solo cordone ombellicale reciso tra il proprio corpo ed il corpo che si é formato dentro di sé, c’é una maternitá archetipica che ci spinge a proteggere la vita e la bellezza.
Quella che mi ha resa liquida, leggendo storie di bimbi colpiti da aerei militari: vita e bellezza, bambini sulla spiaggia.
Indifesi.
Traditi.
Irrisi dal silenzio colpevole e dalle dichiarazioni “formali ed inefficaci” dei mastodontici palazzi a vetri.
Ed indifesa mi sento pure io, che vorrei chiudere gli occhi e assopirmi in penombra avvolta da braccia benevole.
In giorni così, come quando vidi mia mamma cambiare canale alla tv che trasmetteva immagini di vagoni sventrati, come i corpi che trasportava, a Bologna, come quando mi persi, sfinita e con la speranza a zero, in una voragine a Capaci.
In giorni come questo, in cui sarebbe giusto avere mani grandi e forti, tante mani una stretta all’altra, mani palestinesi, israeliane, cinesi, italiane, senegalesi, coreane. Tante da fermare le bombe.
Sarebbe giusto.
Intanto, in questi tempi ingiusti metterò i miei piedi vicini ad altri piedi, domani per le vie di Roma. Almeno sará un “muoversi”…

Andando a tempo, il mio.

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Andando a tempo, il mio.

Il tempo di una fine non ha misura.
Il mio l’ho allargato per anni, tirandolo quì e là, tra sorrisi incollati con le puntine e biscotti con la glassa, a forma di cuore.
Il tuo stava tra il primo ed il secondo, tra il sale, il fischio dell’arbitro e quelle nuvole stupefacenti che non vedevi.
Il tempo di una fine non si misura.
Un anno, due, tre, quattro. Un anno e un giorno, due, tre, quattro. O forse 10 anni, tre ore e 10 secondi. 10 secondi, un tempo inaccettabilmente lungo.
Il tuo pareva stare per aria a gridare offeso, sospeso, in stallo.
Il tempo di una fine non si pesa.
Eppure il mio pesava di chiavi dimenticate, vocabolari spessi di parole da riscoprire e coperte in cui stare avvolta per non sentire freddo.
Il tuo pesava di silenzi e di strati e strati di arroganza sopra cui ti arroccavi.
Il tempo di una fine non ha una forma ma il mio ha quella di una panchina, di una pista da sci, dei 12centimetri dei miei tacchi, di una porta chiusa, ancora.

La forma della mia schiena e dei miei fianchi, in fondo alle scale mentre vado via.

Il tempo di una fine culla il tempo che ci resta, lo lib(e)ra.

(Dalì è un viaggio che cambia assieme a noi, il mio è passato attraverso le sue tele partendo, in un gelido novembre 2004, da Venezia – Palazzo Grassi)

Appunti di viaggio, a piedi scalzi

Margherita si era fermata a pensare, seguendo il profilo di uno steccato che la separava dall’intuizione.

Forse stando immobile credeva anche di sviare la caduta della massa di lacrime che premevano partendo dal suo ombelico, sta di fatto che stando immobile continuava, ammaliata, a seguire il profilo di quello steccato.

L’aria le pareva lisa, come quella che aveva respirato in certe sale d’attesa, lisa e fredda, perchè le due cose vanno sempre in coppia.

Al di la dello steccato aveva scorso una figura, una donna, incrociò forse per uno zot di tempo il suo sguardo e all’improvviso, si incrinò qualcosa, uno scricchiolio lievissimo ed i suoi occhi scoppiarono in un orgasmo di lacrime. Corse a cercare degli asciugamani, una felpa, strappò una tenda, le tentò tutte ma il richiamo archetipico dell’acqua la stava attraversando e non c’era nulla che riusciva a fermare il mare di lacrime in cui si trovava ormai immersa fino alle ginocchia.

Sfinita si abbandonò ed non aveva piu’ chiaro quale fosse il luogo in cui si trovava ma scivolò in un qualcosa che la conteneva, lasciandole prendere la forma che desiderava, si sentiva avvolta ma nel contempo liberata libera. Lieve, si lasciò galleggiare cullata dal movimento delicatamente ritmico che percepiva coi sensi anche se non era nemmeno in grado di distinguere quale dei 5 fosse poi  sentì arrivare, da un punto inesprimibile al centro del Regno del Non Si SaCome un ricordo, le parole che le diceva sua mamma quando la vedeva piangere “vergognati! eccola che non sa da dove fare la pipì!!!“.

E così tutta sta costruzione va bellamente a farsi fottere e torno io, me medesima in punta di penna (Augh!!!).

Pensavo a come siano complessi i percorsi di ognuno per scoprire tutte le tessere del proprio mosaico, per ritrovarsi autentici, riconoscendosi.

Pensavo a come per me questo percorso abbia significato scendere dall’apparentemente comodo piedistallo di PrincipessaPerbene ed attraversare paludi a piedi scalzi, rubare cavalli per scippare un frutto da un albero, trovarmi davanti a specchi con la persona sbagliata,  stare seduta sui lampadari per guardare dall’alto se la tavola era apparecchiata bene e smettere per un pochino di apparecchiarla, alzare la voce decisa e dura come in un film anni 50 in bianco e nero, sorridere di un’entusiastica espressione di approvazione di un camionista, indossare alla prima uscita un abito aderente (maculato!) sfidando gli oddionoooocosapenseràdimeeee, scrivere questo post in prima persona.

Pensavo a come  scendere dal piedistallo abbia rimesso in moto in me una infinita varietà di emozioni, pensavo a come sulle prime ho cercato di riguadagnarmi il mio bel piedistallo, sotto la spinta di Messer Paura e Sua Signoria NonCeLaPossoFare.

Pensavo a quanto amore ho avuto in dono, agli affetti piu’ cari, a chi mi ha sostenuta, presa a spintoni, ispirata, fatta arrabbiare, consolata, abbracciato forte. A chi ha condiviso con me i suoi pensieri, le paure, i progetti, i tradimenti, le scoperte, gli incontri, le prove sbagliate che qualcuno chiama ancora errori, le gioie, le tavole imbandite o i letti grigi di un ospedale facendomi sentire parte di questo pianeta. Amata.

Pensavo alle parole che amo: scoprire e condividere.

Ed a quelle a cui ho tolto “potere”: vergogna e paura.

Pensavo a me, all’acqua ed alla stupefacente autenticità che possono riflettere certi specchi.

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Come l’eco del Big Bang

In tutto questo fermento finisce che dormo poco, di notte mi assopisco giusto il tempo di resettare la stanchezza poi mi sveglio che ancora l’alba riposa, beata lei. Di giorno lavoro e cerco di tenere imbrigliati gli sbadigli e le sollecitazioni che il ribollire interiore mi sparge attorno.

Esattamente come quando posando le mani sul mio ventre sentivo i movimenti delle vite che proteggevo e nutrivo, a volte avevo la sensazione di percepire tutta quella laboriosa e stupefacente costruzione, quello svolgersi di passaggi di testimone, quei movimenti infinitesimali che intessevano la trama di un nuovo uomo, anzi, di un uomo ed una donna. Mangiavo cornettialgida ed ascoltavo la musica della vita passarmi dentro ed attraverso, in un suadente ribollire creatore.

Esattamente come l’innamoramento, come il mio innamoramento, in cui non c’é attimo in cui riesca a stare ferma, in cui tutto si muove, nei fremiti del desiderio che mi avvicina all’altro e nello scompaginare lo stato di calma piatta dell’interno. Onde, un incedere in crescendo, tempesta e poi naufragio che porta alla luce gioielli dimenticati in remoti cassetti sottocoperta e nulla in me avrá lo stesso posto che aveva prima, a parte il naso e la bocca (e la cellulite), fidati!

Esattamente come questa notte con le imposte aperte, i passerotti che cinguettano ed i pensieri che circolano nelle vene passando dal cuore, in questo sentire rinascere la vita dopo una lunga pausa sottovuoto. Questa notte in cui tutto ferve e mi sento la bambina in attesa della partenza per il mare mentre mamma si muove sicura e chiude, prepara, dispone tu dormi, shhhh, vi chiamo quando é tutto pronto.

Certe notti, illuminate

L’eco della scorsa notte mi è rimasto impigliato tra i capelli arruffati che mi guardo bene di spazzolare. Come la polverina sulle ali delle farfalle le parole della scorsa notte mi fanno sentire leggera.

“leggerezza”, una parola di cui stentavo a riconoscerne il sentire ormai.

“Ormai” una parola che ho smesso di usare qualche anno fa ma che a tratti negli ultimi tempi mi è passata dentro, rapida e furtiva come la mano di un borseggiatore ( a derubarmi della speranza).

L’eco di una notte di parole, seduti ad un caffè in un vicolo. Due occhi, i tuoi, che mi tirano fuori le parole, quelle giuste per attrarre dalla tana le tue parole, quelle compresse in fondo in fondo all’anima.

Cammini, le mani in tasca ed un sorriso che va a zig-zag tra la parola “speranza” e “disincanto”

“speranza” è sentire che sei accolto tra le parole ed i gesti di un altro essere

“disincanto” è lo sgambetto alle proprie certezze

Ti volti e mi guardi mentre parlo, ti guardo e cammino, cammini (e mi verrebbe da avvicinare la mano alla tua, posso?!) E le parole che salgono dal buio, rimbalzando sulle tue corde vocali si mescolano alle mie e richiamano altre parole e tu non smetti e parli ancora. Il vuoto si trasforma in spazio, le tue parole aderiscono alle mie, le mie alle tue (e chissà se provi lo stesso languore che provo io adesso)

Mi siedo su un muretto, il mare alle mie spalle e tu davanti a me, le tue parole che mi si infrangono addosso ed io lì, con i recinti travolti. Li vedi?

Mi siedo e tu ti siedi e stupefatto parli e poi ti alzi e mani in tasca e stai un pò avvolto tra le mie parole, vuoi?!

Il fermento di dentro ci muove i passi, l’energia imprigionata tra le parole che abbiamo tenuto a lungo compresse ci porta a muoverci. Non so tu ma io potrei fare l’amore tutta la notte come una pazza scriteriata e quindi cammino cammino, cammino per non pensarci (sarà tempo di pazzia o di criterio questo?).

Ho negli occhi i colori dei tuoi dipinti che mi hai mostrato poco prima, mi sono persa per un attimo tra le fessure, nei colori, aspetta che torno, tu parla, continua, non smettere, raccontami.

Questa notte mi sembra così facile, questa notte in cui non recito ruoli nè parti, questa notte in cui non serve essere altrove, questa notte in cui sono io, dopo tanto tempo sono io. Io che ti dico “andiamo?!” e tu che mi segui sulla sabbia. Noi attratti da due altalene buffe, un cormorano o tucano (turcorano?!) ed un pesciolino?!

Noi cavalieri strampalati, dondoliamo. Tu che volevi scomparire, io che volevo accelerare in tangenziale. Lo stupore ti si legge negli occhi ed io vorrei alzarmi, sto per alzarmi, mi alzo (si, mi alzo!) ed in silenzio mi metto davanti a te, mi chino un pò e chiudo gli occhi e appoggio le mie mani sul tuo viso, voglio sentire i tuoi confini attraverso i sensi, voglio toccarti.

Invece resto seduta a dondolarmi parlando ed ho freddo e tu fai quel gesto da film e ti alzi e ti sfili il giubbino e me lo posi sulle spalle ed io sorrido e sento le lacrime affacciarsi e inghiotto, sarà l’aria che si è fatta piu’ pungente o saranno gli anni di cose affastellate a creare barriere che ora stanno sottosopra lì attorno a noi che ondeggiamo. Indovina?

Indovini.

E’ quasi l’alba e ci riavviamo in hotel, ti rendo il giubbino mentre prendiamo l’ascensore. Mi stringi per darmi un bacio della buonanotte (è solo quello vero?!), timida e scema ti stringo a mia volta poi non lo so, mentre scrivo ho mandato in rewind per capire se ti ho baciato io o mi hai baciata tu.

O ci siamo baciati.

Cosa?

Chi?

Ma importa?

E non lo so (non importa), ricordo soltanto le mie labbra sulle tue, il contatto delle nostre labbra ed il tuo respiro e di aver chiuso gli occhi, sciolta come un cornetto Algida dimenticato sul tavolo.

Buonanotte. (no?!!)

Pigio il mio piano, e penso “torno giu’ dalle scale, gli busso e mi infilo…”

Seeeee…Mi infilo la sottoveste grigia con cui dormo, invece. Sfinita, stupefatta e felice.

Mi addormento commossa. Buonanotte.

Tra le lenzuola penso che c’è ancora vita su questo Pianeta, quasi mi alzo per prendere il blocco e scrivere. Invece crollo. Buonanotte.

Si parte.

Mi accompagni in stazione dopo un pranzo innaffiato di ironia e sorrisi, dico cose inutili, di giorno viene più difficile uscire dai ruoli.

Mi stringi, sei uno dagli abbracci avvolgenti tu. Io odio gli addii tanto che ogni volta vorrei scomparire e non ti bacio e non mi baci (e odio gli addii) però dall’auto ti volti e mi saluti con un gesto della mano ed io ricambio (anche se odio gli addii, li odio).

Invece ti sorrido e ti benedico (e niente “amen” ironici please)

Appoggio sul mio trolley un filo di malinconia ma un vento leggero la soffia via, il cellulare vibra e sei tu che mi ringrazi della splendida passeggiata di questa notte.

“grazie” una parola piena di suggestioni, alleghi un’immagine…

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Arrivederci, in segnali di fumo o di arrosto, meglio di arrosto. Io porto il contorno.

Per sempre

Busso piano alla porta, entrando come una che ha fatto un guaio, mi manderai via?!
Perdonami sorella ma non ce la faccio a starti lontana.
Stai poco però che non ho forza per parlare.
Resto, ha vinto la mia prepotenza, avrei dovuto dare retta a quello che avevi chiesto per tutti a mezzo di D.: lei vi ringrazia ma non se la sente di vedere nessuno.
Avrei dovuto sorella?
Ti conosco da una decina d”anni e da almeno cinque siamo sorelle. Avevi cominciato a chiamarmi così un bel giorno all’improvviso, chissá quale pensiero o quale fatto esattamente ti aveva mosso.
Siamo state vicine pur nelle nostre differenze, che poi erano più differenze nei modi di essere e porsi  nel mondo, invidiavo il tuo modo sfrontato di dire mavaffanculo! con quel tono da Anna Magnani…Vicine dentro i nostri vuoti, i tesori, certi dolori, la capacitá di sognare, la capacitá di accogliere…ci eravamo rivelate profondamente una all’altra, i figli, gli amori, i progetti scoprendoci sorelle a dispetto dell’anagrafe.
Trovarti tra flebo e monitor in un letto non dovrebbe farmi più di tanto effetto ormai, tu vinci sempre sul male e lo freghi all’ultimo ma questa volta é diverso.
L’ho capito dai tuoi messaggi sempre più essenziali, dalla fatica che ci hai messo per percorrere la strada per la trattoria dove abbiamo pranzato un mese fa, quando abbiamo trionfato per un attimo su ogni male brandendo una forchetta per dividerci una fetta di meringata. Eri pure stata male, dopo e durante avevi cercato di puntare i riflettori di di me, dimmi raccontami.
Ti prendevi cura di me come di una persona amata in convalescenza, speravi che non avessi ricadute, speravi di vedermi accanto una bella persona, mi volevi felice. Spostavi l”attenzione anche per dimenticarti un pò di te stessa ma per la prima volta la parola morte sgusciò tra i discorsi. Sorridevi, un velo di amarezza e la tua solita ironia che spesso era stata sarcasmo puro e duro ma in quest’occasione era solo ironia. La durezza l”avevi lasciata a casa forse o l’aveva irrimediabilmente scalfitta la malattia.
Senza di te non sarei qui a scrivere…avrebbero potuto avere la meglio il delirio e l’accelelatore su un ponte a caso della tangenziale. Ma tu te le inventavi tutte, nei toni passavi da un maseiscema?! a delicate parole di comprensione ed accoglienza. Nei fatti una volta mi hai perfino regalato tre quadretti con delle frasi che iniziavano tutte con IO.
Io ce l’ho fatta e sei fiera di me, vero? e non ho più paura di niente da quando te ne sei andata.
Perché alla fine te ne sei andata nonostante la tua forza, l’amore che avevi attorno, le mie carezze leggere sul viso tuo, ad occhi chiusi. Tesa, serrata come se stessi opponendo le tue ultime forze alla morte che ti voleva portare via da noi.
Sono sola con te, D. mi ha chiesto se potevo fermarmi qualche minuto mentre correva a spostare l.auto per il lavaggio strade . Almeno posso fare a meno di trattenere le lacrime fino alla mia auto come faccio due volte al giorno da quando ti hanno portata in questo posto. Approfitto della solitudine e dei tuoi occhi chiusi e mi metto accanto a te, ti parlo piano, come se anche le vibrazioni della mia voce potessero provocarti altro dolore. Ti parlo, cercando di pensare di essere davanti al nostro caffe…dividiamo la brioche?!
Invece tu gemi, io ti accarezzo, e parlo e parlo tanto e ti bacio delicatamente e per un attimo vorrei baciarti sulle labbra, cercare di ridarti energia e vita come solo certi baci sanno fare.
M. apre la porta e mi guarda con quegli occhi che ti sono parenti, capisco l’invito inespresso, ti saluto ed esco indossando un penoso senso di impotenza, con M. ci abbracciamo a lungo, strette forte, come due che partono per la guerra.
Piove a dirotto che pare la fine perfetta di un film drammatico dove lei si incammina stretta nel suo cappottino di pelle nera, intrisa di pioggia (e lacrime), le auto sfrecciano ed il centro commerciale dietro l’angolo pare un formicaio nella stagione dei monsoni.

Tutto torna

Appena passata offline la coscienza si ritrovò tra magnifiche colline, tutto il giorno non aveva fatto altro che combattere contro la solitudine, quella “strana” che la faceva sentire sospesa e fluttuante in un freddo vischioso pure se stava sulla spiaggia di Rimini con il sole perpendicolare al suo naso. “Ormai” era la parola che teneva in tasca, insieme ai kleenex.

Ma torniamo alle colline, di un verde vellutato, cosparse di gentili frammenti di cristallo mentre il sole stava per riportare la sua grazia sopra le cose, fredde e ferme. Tirava un vento gelido (che poi, per “tirare” ci vorrebbero due lembi e l’azione di due forze inverse, lassu’ invece l’aria “tirava” proprio come l’acqua in discesa) e così mentre l’aria scrosciava furiosamente verso la discesa del cielo lei non poteva far altro che stare immobile, cristallizzata, con gli occhi persi lontano, lo sguardo a lambire la-fine-del-mondo (e laggiu’, ai bordi del mondo, la poteva sentire tutta la vertigine, prenderle le viscere e scuoterle e stringerle e farle salire un grido togliendole nel contempo la forza per esprimerlo).

Lei però non era sola, non lo era almeno quella notte.  C’era un uomo dagli occhi stanchi o forse non erano stanchi ma a lei parevano così, stanchi per le migliaia e migliaia di cose viste e vissute, stava poco piu’ avanti a lei, che non riusciva a staccargli lo sguardo da addosso e seguendo il profilo della sua figura aveva disegnato un origami: un omino grande ed uno piccino. Anche l’uomo non era solo, teneva per la mano un bambino.

 Respirava lentamente lei, il suo fiato saliva in delicate matasse disperdendosi nel cielo di un denso blu cobalto Li osservava rapita, delicati come un ricamo prezioso, i loro abiti ondeggiavano nel vento e loro restavano immobili come due stecchi di ghiacciolo infilati nella sabbia a cui erano restati brandelli di confezione a far da veste.

Si chiedeva che ci stavano a fare lassu’ alla fine della notte, tra cristalli di nebbia gelata che scendevano come le note di un carillon con gli ingranaggi arrugginiti, invece  di stare a letto a dormire sotto le coperte o forse non ce la faceva neanche a chiederselo, la coscienza stava offline e lei stava semplicemente la dove i sogni l’avevano deposta dolcemente perchè, questo bisogna dirlo (e lei lo diceva sempre) i sogni ti depongono dolcemente mentre gli incubi ti catapultano tipo SWaAsHhhh AhIIIooooOOO!.

Il cielo era trasparente e vero, un cielo che non avrebbe ammesso tradimenti e bugie, tanto bello che che avrebbe voluto berselo tutto, alla goccia, se soltanto avesse avuto la forza di muovere le labbra per avvicinarle. Restava immobile invece, con la sete di cielo e la fame di nuvole a guardare l’uomo ed il bambino che stavano  per mano (anzi, come direbbe lei “per-mano” perchè lei ha delle idee tutte sue e dice che quel modo di stare per mano era da “per-mano” perchè ci sono tanti modi di farlo e quello li che aveva davanti ai suoi occhi era di un uomo ed un bambino legati da un-vincolo-di-amore-e-protezione, come un flusso circolare che passa e ritorna, quindi un per-mano obbligatorio).

 Poi dice lei che trattenne il fiato per un tempo indefinito e quando il suo fiato uscì nell’aria gelida si formarono milioni di cristalli luccicanti che il vento sollevò assieme agli abiti e dice che il bambino alzò il braccio destro e raccolse una scia di cristalli da lassu’ nel cielo e serrò le dita con delicata fermezza,  come quando si cattura una farfalla. E trattenendo quella delicata matassa di ghiaccio volante il bambino si girò verso l’uomo e gli sorrise, dice che gli occhi di lui luccicavano come stelle e che il bambino lasciò la mano del padre e prese a correre, anzi, lei dice che fu come vederlo s-correre, leggero come le particelle dei “soffioni” che il vento sospinge sopra i prati, per fecondare ancora la terra.
Dice che sentì le dita della sua mano sciogliersi e avvolgersi a quelle dell’uomo e che restarono immobili, per-mano, con gli abiti scossi dal vento su quella collina ad osservare la scena piu’ bella del mondo e che le lacrime presero a scendergli dagli abiti ed arrivando a terra entravano nel profondo, fino al centro della Terra, come le radici di un ginkgo biloba.
Dice che potrebbe giurarlo, lei stava per-mano all’uomo sulla collina dal cielo cobalto, le sue lacrime scendevano come radici nel profondo della terra ed il bambino correva leggero e felice col suo respiro di cristalli nella mano.

Movimenti

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Che a volte basta un soffio di vento,
Un appuntamento mancato
un frigo vuoto
E devi fatalmente andare.
Magari cominci piano, portato da un vento gentile
O a denti stretti, testa bassa e sguardo fiero come Fausto Coppi.
Oppure spinto a calci-amici con la paura che si mangia il respiro
Che mentre vai ti viene pure facile pensare che-cazzo-ci-facevo
Andare liscio e allegro, come un bacio su una panchina, al sole.
Cambiando sguardi e assetto
(Ma quanto é bella Bologna di giorno e di notte. Le luci, i grigi di velluto, il sole di aprile sulle chiacchiere degli studenti, le fontane adornate di turisti, i portici decorati, i portici affollati, i portici che riparano sfollati più o meno volontari, le chiese monumentali e chiuse, le chiese da preghiere della buonanotte, le chiese che ti commuovi, i giardini dello spaccio, i giardini con gli innamorati, i tassisti col berlingo che rattoppano date a caso ma ti portano a zonzo che pure se paghi ti perdi nel folklore, le riunioni dalle belle parole, le brioches del bar sulla piazza che paghi alla fine, le bancarelle dei libri usati, le strade sconnesse che ti fanno compagnia, i cortili a sorpresa, i treni su e giù quattro piani, le librerie da perdere il treno, le parole dai toni materni, le storie scritte sui muri a brandelli, la stazione con quelle storie esplose a brandelli, i gusti pieni e corposi da masticare e annettere al proprio palato)