Per sempre

Busso piano alla porta, entrando come una che ha fatto un guaio, mi manderai via?!
Perdonami sorella ma non ce la faccio a starti lontana.
Stai poco però che non ho forza per parlare.
Resto, ha vinto la mia prepotenza, avrei dovuto dare retta a quello che avevi chiesto per tutti a mezzo di D.: lei vi ringrazia ma non se la sente di vedere nessuno.
Avrei dovuto sorella?
Ti conosco da una decina d”anni e da almeno cinque siamo sorelle. Avevi cominciato a chiamarmi così un bel giorno all’improvviso, chissá quale pensiero o quale fatto esattamente ti aveva mosso.
Siamo state vicine pur nelle nostre differenze, che poi erano più differenze nei modi di essere e porsi  nel mondo, invidiavo il tuo modo sfrontato di dire mavaffanculo! con quel tono da Anna Magnani…Vicine dentro i nostri vuoti, i tesori, certi dolori, la capacitá di sognare, la capacitá di accogliere…ci eravamo rivelate profondamente una all’altra, i figli, gli amori, i progetti scoprendoci sorelle a dispetto dell’anagrafe.
Trovarti tra flebo e monitor in un letto non dovrebbe farmi più di tanto effetto ormai, tu vinci sempre sul male e lo freghi all’ultimo ma questa volta é diverso.
L’ho capito dai tuoi messaggi sempre più essenziali, dalla fatica che ci hai messo per percorrere la strada per la trattoria dove abbiamo pranzato un mese fa, quando abbiamo trionfato per un attimo su ogni male brandendo una forchetta per dividerci una fetta di meringata. Eri pure stata male, dopo e durante avevi cercato di puntare i riflettori di di me, dimmi raccontami.
Ti prendevi cura di me come di una persona amata in convalescenza, speravi che non avessi ricadute, speravi di vedermi accanto una bella persona, mi volevi felice. Spostavi l”attenzione anche per dimenticarti un pò di te stessa ma per la prima volta la parola morte sgusciò tra i discorsi. Sorridevi, un velo di amarezza e la tua solita ironia che spesso era stata sarcasmo puro e duro ma in quest’occasione era solo ironia. La durezza l”avevi lasciata a casa forse o l’aveva irrimediabilmente scalfitta la malattia.
Senza di te non sarei qui a scrivere…avrebbero potuto avere la meglio il delirio e l’accelelatore su un ponte a caso della tangenziale. Ma tu te le inventavi tutte, nei toni passavi da un maseiscema?! a delicate parole di comprensione ed accoglienza. Nei fatti una volta mi hai perfino regalato tre quadretti con delle frasi che iniziavano tutte con IO.
Io ce l’ho fatta e sei fiera di me, vero? e non ho più paura di niente da quando te ne sei andata.
Perché alla fine te ne sei andata nonostante la tua forza, l’amore che avevi attorno, le mie carezze leggere sul viso tuo, ad occhi chiusi. Tesa, serrata come se stessi opponendo le tue ultime forze alla morte che ti voleva portare via da noi.
Sono sola con te, D. mi ha chiesto se potevo fermarmi qualche minuto mentre correva a spostare l.auto per il lavaggio strade . Almeno posso fare a meno di trattenere le lacrime fino alla mia auto come faccio due volte al giorno da quando ti hanno portata in questo posto. Approfitto della solitudine e dei tuoi occhi chiusi e mi metto accanto a te, ti parlo piano, come se anche le vibrazioni della mia voce potessero provocarti altro dolore. Ti parlo, cercando di pensare di essere davanti al nostro caffe…dividiamo la brioche?!
Invece tu gemi, io ti accarezzo, e parlo e parlo tanto e ti bacio delicatamente e per un attimo vorrei baciarti sulle labbra, cercare di ridarti energia e vita come solo certi baci sanno fare.
M. apre la porta e mi guarda con quegli occhi che ti sono parenti, capisco l’invito inespresso, ti saluto ed esco indossando un penoso senso di impotenza, con M. ci abbracciamo a lungo, strette forte, come due che partono per la guerra.
Piove a dirotto che pare la fine perfetta di un film drammatico dove lei si incammina stretta nel suo cappottino di pelle nera, intrisa di pioggia (e lacrime), le auto sfrecciano ed il centro commerciale dietro l’angolo pare un formicaio nella stagione dei monsoni.

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Certe notti, illuminate

L’eco della scorsa notte mi è rimasto impigliato tra i capelli arruffati che mi guardo bene di spazzolare. Come la polverina sulle ali delle farfalle le parole della scorsa notte mi fanno sentire leggera.

“leggerezza”, una parola di cui stentavo a riconoscerne il sentire ormai.

“Ormai” una parola che ho smesso di usare qualche anno fa ma che a tratti negli ultimi tempi mi è passata dentro, rapida e furtiva come la mano di un borseggiatore ( a derubarmi della speranza).

L’eco di una notte di parole, seduti ad un caffè in un vicolo. Due occhi, i tuoi, che mi tirano fuori le parole, quelle giuste per attrarre dalla tana le tue parole, quelle compresse in fondo in fondo all’anima.

Cammini, le mani in tasca ed un sorriso che va a zig-zag tra la parola “speranza” e “disincanto”

“speranza” è sentire che sei accolto tra le parole ed i gesti di un altro essere

“disincanto” è lo sgambetto alle proprie certezze

Ti volti e mi guardi mentre parlo, ti guardo e cammino, cammini (e mi verrebbe da avvicinare la mano alla tua, posso?!) E le parole che salgono dal buio, rimbalzando sulle tue corde vocali si mescolano alle mie e richiamano altre parole e tu non smetti e parli ancora. Il vuoto si trasforma in spazio, le tue parole aderiscono  alle mie, le mie alle tue (e chissà se provi lo stesso languore che provo io adesso)

Mi siedo su un muretto, il mare alle mie spalle e tu davanti a me, le tue parole che mi si infrangono addosso ed io lì, con i recinti travolti. Li vedi?

Mi siedo e tu ti siedi e stupefatto parli e poi ti alzi e mani in tasca e stai un pò avvolto tra le mie parole, vuoi?!

Il fermento di dentro ci muove i passi, l’energia imprigonata tra le parole che abbiamo tenuto a lungo compresse ci porta a muoverci. Non so tu ma io potrei fare l’amore tutta la notte come una pazza scriteriata e quindi cammino cammino, cammino per non pensarci (sarà tempo di pazzia o di criterio questo?).

Ho negli occhi i colori dei tuoi dipinti che mi hai mostrato poco prima, mi sono persa per un attimo tra le fessure, nei colori, aspetta che torno, tu parla, continua, non smettere, raccontami.

Questa notte mi sembra così facile, questa notte in cui non recito ruoli nè parti, questa notte in cui non serve essere altrove, questa notte in cui sono io, dopo tanto tempo sono io. Io che ti dico “andiamo?!” e tu che mi segui sulla sabbia. Noi attratti da due altalene buffe, un cormorano o tucano (turcorano?!) ed un pesciolino?!

Noi cavalieri strampalati, dondoliamo. Tu che volevi scomparire, io che volevo accelelare in tangenziale. Lo stupore ti si legge negli occhi ed io vorrei alzarmi, sto per alzarmi, mi alzo (si, mi alzo!) ed in silenzio mi metto davanti a te, mi chino un pò e chiudo gli occhi e appoggio le mie mani sul tuo viso, voglio sentire i tuoi confini attraverso i sensi, voglio toccarti.

Invece resto seduta a dondolarmi parlando ed ho freddo e tu fai quel gesto da film e ti alzi e ti sfili il giubbino e me lo posi sulle spalle ed io sorrido e sento le lacrime affiacciarsi e inghiotto, sarà l’aria che si è fatta piu’ pungente o saranno gli anni di cose affastellate a crear barriere che ora stanno sottosopra lì attorno a noi che ondeggiamo. Indovina?

Indovini.

E’ quasi l’alba e ci riavviamo in hotel, ti rendo il giubbino mentre prendiamo l’ascensore. Mi stringi per darmi un bacio della buonanotte (è solo quello vero?!), timida e scema ti stringo a mia volta poi non lo so, mentre scrivo ho mandato in rewind per capire se ti ho baciato io o mi hai baciata tu.

O ci siamo baciati.

Cosa?

                Chi?

                          Ma importa?

E non lo so (non importa), ricordo soltanto le mie labbra sulle tue, il contatto delle nostre labbra ed il tuo respiro e di aver chiuso gli occhi, sciolta come un cornetto Algida dimenticato sul tavolo.

Buonanotte. (no?!!)

Pigio il mio piano, e penso “torno giu’ dalle scale, gli busso e mi infilo…”

Seeeee…Mi infilo la sottoveste grigia con cui dormo, invece. Sfinita, stupefatta e felice.

Mi addormento commossa. Buonanotte.

Tra le lenzuola penso che c’è ancora vita su questo Pianeta, quasi mi alzo per prendere il blocco e scrivere. Invece crollo. Buonanotte.

Si parte.

Mi accompagni in stazione dopo un pranzo innaffiato di ironia e sorrisi, dico cose inutili, di giorno viene più difficile uscire dai ruoli.

Mi stringi, sei uno dagli abbracci avvolgenti tu. Io odio gli addii tanto che ogni volta vorrei scomparire e non ti bacio e non mi baci (e odio gli addii) però dall’auto ti volti e mi saluti con un gesto della mano ed io ricambio (anche se odio gli addii, li odio).

Invece ti sorrido e ti benedico (e niente “amen” ironici please)

Appoggio sul mio trolley un filo di malinconia ma un vento leggero la soffia via, il cellulare vibra e sei tu che mi ringrazi della splendida passeggiata di questa notte.

“grazie” una parola piena di suggestioni, alleghi un’immagine…

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Arrivederci, in segnali di fumo o di arrosto, meglio di arrosto. Io porto il contorno.

Tutto torna

Appena passata offline la coscienza si ritrovò tra magnifiche colline, tutto il giorno non aveva fatto altro che combattere contro la solitudine, quella “strana” che la faceva sentire sospesa e fluttuante in un freddo vischioso pure se stava sulla spiaggia di Rimini con il sole perpendicolare al suo naso. “Ormai” era la parola che teneva in tasca, insieme ai kleenex.

Ma torniamo alle colline, di un verde vellutato, cosparse di gentili frammenti di cristallo mentre il sole stava per riportare la sua grazia sopra le cose, fredde e ferme. Tirava un vento gelido (che poi, per “tirare” ci vorrebbero due lembi e l’azione di due forze inverse, lassu’ invece l’aria “tirava” proprio come l’acqua in discesa) e così mentre l’aria scrosciava furiosamente verso la discesa del cielo lei non poteva far altro che stare immobile, cristallizzata, con gli occhi persi lontano, lo sguardo a lambire la-fine-del-mondo (e laggiu’, ai bordi del mondo, la poteva sentire tutta la vertigine, prenderle le viscere e scuoterle e stringerle e farle salire un grido togliendole nel contempo la forza per esprimerlo).

Lei però non era sola, non lo era almeno quella notte.  C’era un uomo dagli occhi stanchi o forse non erano stanchi ma a lei parevano così, stanchi per le migliaia e migliaia di cose viste e vissute, stava poco piu’ avanti a lei, che non riusciva a staccargli lo sguardo da addosso e seguendo il profilo della sua figura aveva disegnato un origami: un omino grande ed uno piccino. Anche l’uomo non era solo, teneva per la mano un bambino.

 Respirava lentamente lei, il suo fiato saliva in delicate matasse disperdendosi nel cielo di un denso blu cobalto Li osservava rapita, delicati come un ricamo prezioso, i loro abiti ondeggiavano nel vento e loro restavano immobili come due stecchi di ghiacciolo infilati nella sabbia a cui erano restati brandelli di confezione a far da veste.

Si chiedeva che ci stavano a fare lassu’ alla fine della notte, tra cristalli di nebbia gelata che scendevano come le note di un carillon con gli ingranaggi arrugginiti, invece  di stare a letto a dormire sotto le coperte o forse non ce la faceva neanche a chiederselo, la coscienza stava offline e lei stava semplicemente la dove i sogni l’avevano deposta dolcemente perchè, questo bisogna dirlo (e lei lo diceva sempre) i sogni ti depongono dolcemente mentre gli incubi ti catapultano tipo SWaAsHhhh AhIIIooooOOO!.

Il cielo era trasparente e vero, un cielo che non avrebbe ammesso tradimenti e bugie, tanto bello che che avrebbe voluto berselo tutto, alla goccia, se soltanto avesse avuto la forza di muovere le labbra per avvicinarle. Restava immobile invece, con la sete di cielo e la fame di nuvole a guardare l’uomo ed il bambino che stavano  per mano (anzi, come direbbe lei “per-mano” perchè lei ha delle idee tutte sue e dice che quel modo di stare per mano era da “per-mano” perchè ci sono tanti modi di farlo e quello li che aveva davanti ai suoi occhi era di un uomo ed un bambino legati da un-vincolo-di-amore-e-protezione, come un flusso circolare che passa e ritorna, quindi un per-mano obbligatorio).

 Poi dice lei che trattenne il fiato per un tempo indefinito e quando il suo fiato uscì nell’aria gelida si formarono milioni di cristalli luccicanti che il vento sollevò assieme agli abiti e dice che il bambino alzò il braccio destro e raccolse una scia di cristalli da lassu’ nel cielo e serrò le dita con delicata fermezza,  come quando si cattura una farfalla. E trattenendo quella delicata matassa di ghiaccio volante il bambino si girò verso l’uomo e gli sorrise, dice che gli occhi di lui luccicavano come stelle e che il bambino lasciò la mano del padre e prese a correre, anzi, lei dice che fu come vederlo s-correre, leggero come le particelle dei “soffioni” che il vento sospinge sopra i prati, per fecondare ancora la terra.
Dice che sentì le dita della sua mano sciogliersi e avvolgersi a quelle dell’uomo e che restarono immobili, per-mano, con gli abiti scossi dal vento su quella collina ad osservare la scena piu’ bella del mondo e che le lacrime presero a scendergli dagli abiti ed arrivando a terra entravano nel profondo, fino al centro della Terra, come le radici di un ginkgo biloba.
Dice che potrebbe giurarlo, lei stava per-mano all’uomo sulla collina dal cielo cobalto, le sue lacrime scendevano come radici nel profondo della terra ed il bambino correva leggero e felice col suo respiro di cristalli nella mano.

Movimenti

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Che a volte basta un soffio di vento,
Un appuntamento mancato
un frigo vuoto
E devi fatalmente andare.
Magari cominci piano, portato da un vento gentile
O a denti stretti, testa bassa e sguardo fiero come Fausto Coppi.
Oppure spinto a calci-amici con la paura che si mangia il respiro
Che mentre vai ti viene pure facile pensare che-cazzo-ci-facevo
Andare liscio e allegro, come un bacio su una panchina, al sole.
Cambiando sguardi e assetto
(Ma quanto é bella Bologna di giorno e di notte. Le luci, i grigi di velluto, il sole di aprile sulle chiacchiere degli studenti, le fontane adornate di turisti, i portici decorati, i portici affollati, i portici che riparano sfollati più o meno volontari, le chiese monumentali e chiuse, le chiese da preghiere della buonanotte, le chiese che ti commuovi, i giardini dello spaccio, i giardini con gli innamorati, i tassisti col berlingo che rattoppano date a caso ma ti portano a zonzo che pure se paghi ti perdi nel folklore, le riunioni dalle belle parole, le brioches del bar sulla piazza che paghi alla fine, le bancarelle dei libri usati, le strade sconnesse che ti fanno compagnia, i cortili a sorpresa, i treni su e giù quattro piani, le librerie da perdere il treno, le parole dai toni materni, le storie scritte sui muri a brandelli, la stazione con quelle storie esplose a brandelli, i gusti pieni e corposi da masticare e annettere al proprio palato)

Monoscopio di un sabato sera

“ma davvero hai 77 anni?”

“eh, si, già!”

“ma nooo, te ne avrei dati mooolti meno!”

“ma dai!”

“ma davverooo”

“… sarà l’olio di jojoba dell’auchan?! Grazie! -non glielo dico che sono tutta un prodigio di chirurgia plastica-”

Giorni, giorni, giorni. Quasi mezzo secolo di giorni che mi paiono ancora una manciata (a parte quando salgo mezza rampa di scale). Giorni, tanti, a energia e colori alterni.

Dal rosa sbiadito dell’imbarazzo giu’ dalle scale e di una ingenua gratitudine, in una stanza di vecchi cassetti.

Al giallo di lucciole in una notte a sorpresa. Giallo di stupore e speranza.

Dal grigio dell’incertezza. Camminando leggera, inesistente, su lastre di cristallo che si frantumano stridendo.

Al marrone, bruno. Della terra e dei nodi dei marinai. La famiglia, gli amici.

Dal bianco dell’assenza, un eco senza ritorno. Bianco fermo.

Al verde, figlio naturale di Amore e Speranza che grazie al cielo non usarono precauzioni. Verde da mangiare e da godere con gli occhi colmi come il cuore.

Dal viola dell’emozione. Che scompagina le scale e ne fa musica.

Al nero. Che assorbe tutto e se lo vuol portare via.

Dal rosso. Rosso che si alterna al bianco. A scacchi. E si adorna di feste, bocche con gli angoli all’insu’ e manine sporche di terra e biscotti. Sbucate, così, da me. Bozzolo per farfalle.

All’oro di oggi. Con le ruote che girano e la curiosità di scoprire la prossima alba.

(Insomma, c’è del Caran d’Ache in ognuno di noi)

 

 

 

Pagina 777

Stato

Nella memoria mia di adolescente  Paginasettesettesette equivaleva a delle parole, a volte un pò sghembe, che disegnavano le voci mettendole ai bordi delle immagini che scorrevano.

Negli anni mi sono ritrovata spesso a fare questo gioco nei momenti in cui le voci erano tante, troppo lontane, troppo vicine, troppo confuse.

Oppure a farlo davanti a delle immagini o dei momenti in cui volevo cristallizzare il tempo e la memoria, sottotitolarli.

Che poi, meglio un 777 che un 666, no?!

(Shhhh…

uno spazio, sol-tanto)