Ventottomaggioduemiladiciotto

Ho scritto tanto, per anni.

Ho scritto per non implodere od esplodere, a seconda dei momenti.

Ho scritto per far star buoni i ricordi, per fermare una speranza ché-MAGarI-si-trAsforma-in-realtà.

Per rimettere ordine cambiando stagione.

Ho scritto.

Ho scritto perché non avevo accanto nessuno che volesse davvero ascoltarmi e mi toccava sempre recitare la parte, infilarmi le scarpette di cristallo e ballare sorridendo e acconsentendo le pestate dei loro feroci scarponi sui miei piedi di cristallo, con i frammenti che mi si conficcavano e io sempre sorridente. Con le mie parole tenute sospese per aria e che finivano per piovere qui.

Poi sei arrivato tu ed ho praticamente smesso di scrivere, le parole potevano pioverci addosso e tu intanto che piovevano mi accarezzavi piano (o anche forte).

Ascoltavi perfino i miei silenzi profondi, a volte percepivo che restavi spiazzato dai miei zigzag dell’anima eppure mi tenevi avvolta a te e mentre mi stavi dentro mi lasciavi piangere, liberandomi dalla paura.

Accogliente.

Pieno di Verità.

Ed il bisogno di scrivere si è dissolto, le parole non erano più costrette a fluttuare incerte per finire appiccicate con le puntine da disegno qui dentro.

C’eri tu.

Ed io finalmente riuscivo a trattenere le parole in tasca e farle uscire dalla bocca mentre ti baciavo e respiravo e mi davo a te e ti tenevo dentro.

E vorrei non essermi sbagliata accecata dalla speranza di poter condividere tutto con te.

E voglio farlo, riprovare ad allungare la mia mano per toccarti, sperando di riuscire ad accarezzarti il cuore.

Sperando.

Sperando in quest’alba piena di vento e nuvole che tu decida di fare un passo verso di me e poi un altro ancora.

Fino ad essermi tanto vicino da sentire il mio fiato sul tuo collo e le mie lacrime bagnarti il petto e poi ti spinga oltre, attraversando i confini dei nostri contorni.

Per essere noi.

Noi. Con le nostre parole mescolate a fare il girotondo, senza limiti al vocabolario.

 

A-pparecchia distanza dal mondo

Mentre cammino nel tunnel sotterraneo della metro e sento in sottofondo l’eco dei ricordi d’infanzia di lunghi corridoi ospedalieri mi faccio forza e seguo il flusso delle centinaia di vite veloci che mi stanno attorno.

Veloci.

Tempo.

Qui sotto è tutto un aggrapparsi per essere piu lesti del tempo per poi sospenderlo sulla tastiera del cellulare scorrendo immagini e parole.

Io il tempo lo sento continuamente attraversarmi il cuore spesso tachicardico, gli dico aspettaunattimochefacciounacosaearrivo ma poi c’è che ho da fare ancora quindi non mi da quasi più credito. Solo qualche rara volta, un risveglio accanto al suo calore, il pulviscolo illuminato dalle luci dell’alba e lui, il mio tempo, che galleggia leggero.

Procedo. Ingranaggio di un sistema, primaopoimisfilo e a testa bassa procedo.

Procedo leggendo: le altre vite, gli altri paesi, gli altri colori. Allargo i confini del mio tempo.

Procedo perlopiu’ a tastoni ed a tratti illuminata da quella canzone in sottofondo.

Rimetto in fila le gioie, i sorrisi, il calore, le parole. Le affastello unasopralaltra tra i polmoni ed il cuore, le cullo.

Guardo l’orologio, salgo veloce le scale e mi lascio avvolgere dal vento e dalla luce. Il vento fa volare via le briciole e scuote il mio cappotto e la mia aria da tavola da sparecchiare.

Suono i tamburi e dovrei accendere un fuoco ma non c’è tempo e seguo il flusso. Si vedrà.