Mancarsi

wpid-img-20141231-wa0014.jpgEra finita così una parte della mia vita, come una panchina che non panchineggia piu’ e resta inerme ed inutile, la nostra storia aveva smesso di storieggiare da un pezzo. Riconoscere che le liste di legno verniciato non erano soltanto sverniciate ma si erano proprio dissolte non era stato semplice. Dapprima mi era parso importante stabilire di chi fosse la “colpa”, ancora non mi era chiaro che qualcosa si era soltanto rotto e dissolto, un fatto inaccettabile che mi lasciava senza una “forma”, uno scheletro, una trama in cui “essere”.
Poi erano iniziate le prove, gli esperimenti, i tentativi o chiamateli come vi pare; io  li chiamerei incontri o scivolamenti o bolledisapone.
Intanto per scongiurare il baratro di una fine avevo preso a sottrarre respiri, parole, gesti dai giorni sperando che le notti finissero in fretta, il tempo di una doccia per lavarsi via il buio e le impronte estranee dai fianchi.
Finiscono così certe storie, esattamente come certe panchine, per sottrazioni continue, listello dopo listello, bullone dopo bullone, fino a che l’umiditá ed il freddo riescono a penetrare nelle pieghe delle molecole, snaturandone l’essenza. Sottrai parole, pensieri, gesti e provi a sostituirli ogni tanto, giusto per riempire il vuoto pneumatico, con mosse e frasi stereotipate accompagnate da biscotti a forma di cuore (sperando che nella digestione cessi di dolere in quel modo).
Poi arrivano i giorni di vento e di sole. Venti possenti e continui che ti soffiano addosso e dentro ed i listelli, le parole e i bulloni vanno in frantumi disperdendosi nell’aria e nella terra, lasciando al sole il compito di posare il suo consolatorio abbraccio su quel che resta della storia e della panchina.
É finita così, almeno per me. Sottraendo fino a non sapere più dove riporre le parole, i gesti, le carezze, i baci affastellati per anni, fino a non riuscire più a recitare la parte della sorridente mamma e compagna felice in mulinobiancoversion.
Ai piedi di quella panchina e del mio amore dissolto dal freddo e dalla ruggine ho dormito a lungo, tra incubi e qualche sogno gentile tremando per il freddo che mi penetrava crudele. Poi un giorno, gli occhi ancora chiusi, ho sentito dei passi tra le foglie, ed eri tu, tu chi?! quasi non sapevo chi fossi o forse ti conoscevo da tante vite e so soltanto che mi hai sollevata piano tenendomi tra le tue braccia forti e hai raggiunto l’acqua del fiume e siamo tornati all’acqua ed alla vita. Noi, pieni di parole e gesti da mettere in comunione, noi palpitanti e vivi.
Pieni di Veritá.
(Nota: un’ interpretazione etimologica attribuisce l’origine della parola verità alla radice var- che nello zendo -la lingua dei testi sacri zoroastriani dell’antico Iran- vuol dire credere; del resto anche il sanscrito “varami” significa scelgo, voglio. Questa interpretazione sottolinea il significato ed il valore etico, morale e perfino spirituale della verità o meglio della Verità, perché essa indica ciò in cui credo, ciò che scelgo, voglio, spero….)

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Girogirotondo

Ernesto. Il suo nome è Ernesto.

Come si dice da queste parti Ernesto ha una “fabbrichetta”, meno di dieci operai e macchine che stampano a ciclo ininterrotto maniglie e decori lavoratissimi per acquirenti del Medioriente.

Ernesto che durante una cena tira fuori un mucchietto di diamanti chiuso in un fazzoletto di tessuto, così, nel bel mezzo della combriccola tra i cin-cin dei grandi ed i calci sotto il tavolo dei piccini. Ernesto che fa luccicare gli occhi della Rosanna, col riflesso dei diamanti a far da sponda al desiderio. Ernesto coi gomiti sul tavolo e la cravatta allentata, fa battute a rpetizione mentre riposa gli occhi sui morbidi seni della vicina di posto.
Ernesto con i quadri alle pareti del salone-doppio, quadri “a catalogo” di artisti morti, meglio.

Ernesto che paga da bere e beve, beve. Che chissà se quel giorno aveva bevuto, il giorno in cui prese l’ascensore con Margherita intendo.
Lei, Margherita ha da poco compiuto 10 anni, da piccola la chiamavano “trapulin-ca-ciapà-i-ratt” due occhi nocciola e le tasche piene di caramelle mou e sogni. Margherita che va sulla bici come una saetta e nuota, nuota e nuoterebbe anche nella vasca da bagno. Quel giorno lì che tornava dalla spiaggia e doveva salire in camera a cambiarsi per cena e lo aveva incontrato nella hall e con la sabbia nelle ciabattine e la musica nella testa era entrata nell’ascensore con lui, l’amico di mamma e papà, l’Ernesto.

Piano 1. Lui l’afferra, la stringe, la tasta come un tubetto di dentifricio.

Piano 2. La sua bocca sulle sue labbra di ciliegia e lui che le sparge sulla faccia litri di saliva che sa di alcool o forse no, liquidi che cercano di attraversarla per entrarle dentro.

Piano 3. le prende la mano e se la strofina addosso. E’ tutto gonfio e duro là in mezzo.

Piano 4. “Ciao Stella, ci vediamo dopo”.

Lei ora cammina nel corridoio verso la sua camera, le mani nelle tasche, due pugni stretti.

Ernesto non ha piu’ la sua fabbrichetta, ai tempi della guerra del Golfo perse la gran parte delle sue commesse. Le sue puttane cominciarono a non rispondergli piu’ e anche il tale Mario con cui soleva vedersi quando i brividi non bastavano è morto di AIDS.

Margherita ha smesso dopo molti anni di sentirsi in colpa. Ha dovuto percorrere corridoi tortuosi e sperimentare assenze e apnee prima di lasciarsi scivolare via qualle mani ruvide e quei liquidi estranei dall’anima ma un giorno si è accorta che lui se n’era andato via.

Girogirotondo, casca il mondo, casca la Terra, tutti giu’perterra….

a.15

Motivi (per andare o per restare)

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-Ehi dov’eri finita, pensavo di averti persa

-stavo ascoltando la musica

-ma fa caldo, vieni all’ombra

-ma all’ombra non la sento!

-cosa?!

-la musica!

-ahahaaa…non pensavo fossi una patita della musica house, quella della gelateria?

-no, no dicevo la musica che sta scritta lì su quel muro

-ahhhh hai visto un volantino di una scuola di musica, dai andiamo che fa caldo e tra mezzora inizia la partita?!

– ti ho detto che sta scritta sul muro, su un pentagramma lì, vedi?!

– ma dove se ci sono solo finestre e stendipanni, andiamo amore, dai!

 

 

Apnee

Seduta davanti a quella porta, ancora una porta prima della fine, una porta dagli angoli sbeccati e una chiave consunta.

Se fossi qui con me l’aprirei decisa ed uscirei al tuo fianco con il passo elegante e sicuro di Gisele Bundchen sulla passerella, con i tuoi occhi di oceano a mandarmi mareggiate di coraggio e quel sorriso tuo, vestito di orgoglio.

Ci sono giorni fatti di pannolenci e filo da imbastire, giorni precari che procedono per inerzia fino a smollarsi in qualche punto, uno-ad-uno. Giorni con una promessa di nudità, senza un lembo di scuse con cui proteggersi dal freddo.

Con le mani in tasca sto frugando tra le pieghe della pelle altra forza da spendere. Ho il cuore che da un pò di tempo in qua mi telefona a sorpresa per dirmi che sono in rosso ed è ora di rientrare, io ho imparato a bleffare con un sorriso che sa di baci innamorati”si, domani passo a versare…”.

Sospesa. Per ora me ne sto sospesa a farmi curare dalle sue abili mani che scivolano con i polpastelli sui miei piedi e pure oltre facendomi risuonare dentro vibrazioni. Sospesa. Mentre lei si prende cura di me come Madre Terra che col suo fiato benevolo soffia vita sul gelo dell’inverno.

Sospesa. Davanti a questa porta mentre vorrei che oggi fosse in un attimo già domani.

Prima della fine.

On Air, insieme ai Kleenex, questo pezzo:

La Fine – Nesli

Due vite nel vento

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Sento le tue foglie che mi sfiorano. Sará il forte vento di oggi o sei tu che ti fletti impercettibilmente mentre io mi allungo verso di te?
Sarò io?
Tu?
Noi?
Le tue foglie, ti sento, anche se il vento mi soffia forte tra i rami. I miei rami che ora sono i tuoi ed i tuoi che stanno intrecciati ai miei. Mio, tuo. Nostro.
Toccami.
Tienimi.
Confondimi.
La tua corteccia, umida di notti insonni. L’odore della vita, di terra e di pane.
Le mie radici tra le tue e la pioggia che ci scroscia attraverso.
Acqua, acqua, acqua.
Tutta l’acqua del mondo, il mio verde mescolato al tuo e rumori lontani come di antiche carrozze trainate da cavalli.
E poi un silenzio brulicante di vita.

Incantesimi (a volte vorrei degli occhi e un cuore normale)

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Camminando nel cielo, in punta di piedi, ho avuto paura di cadere.
Ho cercato la tua mano, ma eri lontano.
Volato via in questo imperioso vento.
O tornato tra i sogni. Chissá.
Ma poi la paura é scomparsa tra le nuvole di ovatta ed io ho camminato dentro questo magnifico, scompigliato, cielo.
Da sola.

Con i piedi, la testa, il cuore e tutte le frattaglie, tra le nuvole.

Girotondo davanti al fuoco

Una madre non può sopportare inerme che qualcuno faccia del male ai propri figli, pure se fosse una zanzara.
Una madre non può stare a guardare il ginocchio sbucciato di un bimbo che é appena inciampato davanti a lei, c’é un qualcosa che la spinge incontro a quell’altra vita, a proteggerlo, assicurarsi che abbia perlomeno qualcuno di caro che si occupi di lui.
Una madre e un padre lo fanno. Fanno cose tipo dormire di un sonno cadaverico dopo una giornata intensa eppure svegliarsi per un bisbiglio leggero come un colibrì, e poi non poter più restare fermi nel letto fino a che non ne avranno visto con i proprio occhi il viso tondo sereno del tenero costruttore di notti insonni e non ne avranno toccato la fronte scivolando in un’avvolgente carezza.
Siamo genitori, sempre.
Tutti noi.
Di semi custoditi nel proprio grembo ma anche di coloro che sono giunti nei nostri pressi per vie differenti. I figli dei miei amici senegalesi sono anche un pò figli miei.
I figli della panettiera dietro l’angolo sono pure un pò miei.
I bimbi che corrono tra le siepi dei giardini sotto casa mia sono un pò pure figli miei.
Credo che la maternitá non si limiti al solo cordone ombellicale reciso tra il proprio corpo ed il corpo che si é formato dentro di sé, c’é una maternitá archetipica che ci spinge a proteggere la vita e la bellezza.
Quella che mi ha resa liquida, leggendo storie di bimbi colpiti da aerei militari: vita e bellezza, bambini sulla spiaggia.
Indifesi.
Traditi.
Irrisi dal silenzio colpevole e dalle dichiarazioni “formali ed inefficaci” dei mastodontici palazzi a vetri.
Ed indifesa mi sento pure io, che vorrei chiudere gli occhi e assopirmi in penombra avvolta da braccia benevole.
In giorni così, come quando vidi mia mamma cambiare canale alla tv che trasmetteva immagini di vagoni sventrati, come i corpi che trasportava, a Bologna, come quando mi persi, sfinita e con la speranza a zero, in una voragine a Capaci.
In giorni come questo, in cui sarebbe giusto avere mani grandi e forti, tante mani una stretta all’altra, mani palestinesi, israeliane, cinesi, italiane, senegalesi, coreane. Tante da fermare le bombe.
Sarebbe giusto.
Intanto, in questi tempi ingiusti metterò i miei piedi vicini ad altri piedi, domani per le vie di Roma. Almeno sará un “muoversi”…

Andando a tempo, il mio.

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Andando a tempo, il mio.

Il tempo di una fine non ha misura.
Il mio l’ho allargato per anni, tirandolo quì e là, tra sorrisi incollati con le puntine e biscotti con la glassa, a forma di cuore.
Il tuo stava tra il primo ed il secondo, tra il sale, il fischio dell’arbitro e quelle nuvole stupefacenti che non vedevi.
Il tempo di una fine non si misura.
Un anno, due, tre, quattro. Un anno e un giorno, due, tre, quattro. O forse 10 anni, tre ore e 10 secondi. 10 secondi, un tempo inaccettabilmente lungo.
Il tuo pareva stare per aria a gridare offeso, sospeso, in stallo.
Il tempo di una fine non si pesa.
Eppure il mio pesava di chiavi dimenticate, vocabolari spessi di parole da riscoprire e coperte in cui stare avvolta per non sentire freddo.
Il tuo pesava di silenzi e di strati e strati di arroganza sopra cui ti arroccavi.
Il tempo di una fine non ha una forma ma il mio ha quella di una panchina, di una pista da sci, dei 12centimetri dei miei tacchi, di una porta chiusa, ancora.

La forma della mia schiena e dei miei fianchi, in fondo alle scale mentre vado via.

Il tempo di una fine culla il tempo che ci resta, lo lib(e)ra.

(Dalì è un viaggio che cambia assieme a noi, il mio è passato attraverso le sue tele partendo, in un gelido novembre 2004, da Venezia – Palazzo Grassi)

Appunti di viaggio, a piedi scalzi

Margherita si era fermata a pensare, seguendo il profilo di uno steccato che la separava dall’intuizione.

Forse stando immobile credeva anche di sviare la caduta della massa di lacrime che premevano partendo dal suo ombelico, sta di fatto che stando immobile continuava, ammaliata, a seguire il profilo di quello steccato.

L’aria le pareva lisa, come quella che aveva respirato in certe sale d’attesa, lisa e fredda, perchè le due cose vanno sempre in coppia.

Al di la dello steccato aveva scorso una figura, una donna, incrociò forse per uno zot di tempo il suo sguardo e all’improvviso, si incrinò qualcosa, uno scricchiolio lievissimo ed i suoi occhi scoppiarono in un orgasmo di lacrime. Corse a cercare degli asciugamani, una felpa, strappò una tenda, le tentò tutte ma il richiamo archetipico dell’acqua la stava attraversando e non c’era nulla che riusciva a fermare il mare di lacrime in cui si trovava ormai immersa fino alle ginocchia.

Sfinita si abbandonò ed non aveva piu’ chiaro quale fosse il luogo in cui si trovava ma scivolò in un qualcosa che la conteneva, lasciandole prendere la forma che desiderava, si sentiva avvolta ma nel contempo liberata libera. Lieve, si lasciò galleggiare cullata dal movimento delicatamente ritmico che percepiva coi sensi anche se non era nemmeno in grado di distinguere quale dei 5 fosse poi  sentì arrivare, da un punto inesprimibile al centro del Regno del Non Si SaCome un ricordo, le parole che le diceva sua mamma quando la vedeva piangere “vergognati! eccola che non sa da dove fare la pipì!!!“.

E così tutta sta costruzione va bellamente a farsi fottere e torno io, me medesima in punta di penna (Augh!!!).

Pensavo a come siano complessi i percorsi di ognuno per scoprire tutte le tessere del proprio mosaico, per ritrovarsi autentici, riconoscendosi.

Pensavo a come per me questo percorso abbia significato scendere dall’apparentemente comodo piedistallo di PrincipessaPerbene ed attraversare paludi a piedi scalzi, rubare cavalli per scippare un frutto da un albero, trovarmi davanti a specchi con la persona sbagliata,  stare seduta sui lampadari per guardare dall’alto se la tavola era apparecchiata bene e smettere per un pochino di apparecchiarla, alzare la voce decisa e dura come in un film anni 50 in bianco e nero, sorridere di un’entusiastica espressione di approvazione di un camionista, indossare alla prima uscita un abito aderente (maculato!) sfidando gli oddionoooocosapenseràdimeeee, scrivere questo post in prima persona.

Pensavo a come  scendere dal piedistallo abbia rimesso in moto in me una infinita varietà di emozioni, pensavo a come sulle prime ho cercato di riguadagnarmi il mio bel piedistallo, sotto la spinta di Messer Paura e Sua Signoria NonCeLaPossoFare.

Pensavo a quanto amore ho avuto in dono, agli affetti piu’ cari, a chi mi ha sostenuta, presa a spintoni, ispirata, fatta arrabbiare, consolata, abbracciato forte. A chi ha condiviso con me i suoi pensieri, le paure, i progetti, i tradimenti, le scoperte, gli incontri, le prove sbagliate che qualcuno chiama ancora errori, le gioie, le tavole imbandite o i letti grigi di un ospedale facendomi sentire parte di questo pianeta. Amata.

Pensavo alle parole che amo: scoprire e condividere.

Ed a quelle a cui ho tolto “potere”: vergogna e paura.

Pensavo a me, all’acqua ed alla stupefacente autenticità che possono riflettere certi specchi.

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Come l’eco del Big Bang

In tutto questo fermento finisce che dormo poco, di notte mi assopisco giusto il tempo di resettare la stanchezza poi mi sveglio che ancora l’alba riposa, beata lei.  Di giorno lavoro e cerco di tenere imbrigliati gli sbadigli e le sollecitazioni che il ribollire interiore mi sparge attorno.

Esattamente come quando posando le mani sul mio ventre sentivo i movimenti delle vite che proteggevo e nutrivo, a volte avevo la sensazione di percepire tutta quella laboriosa e stupefacente costruzione, quello svolgersi di passaggi di testimone, quei movimenti infinitesimali che intessevano la trama di un nuovo uomo, anzi, di un uomo ed una donna. Mangiavo cornettialgida ed ascoltavo la musica della vita passarmi dentro ed attraverso, in un suadente ribollire creatore.

Esattamente come l’innamoramento, come il mio innamoramento, in cui non c’é attimo in cui riesca a stare ferma, in cui tutto si muove, nei fremiti del desiderio che mi avvicina all’altro e nello scompaginare lo stato di calma piatta dell’interno. Onde, un incedere in crescendo, tempesta e poi naufragio che porta alla luce gioielli dimenticati in remoti cassetti sottocoperta e nulla in me avrá lo stesso posto che aveva prima, a parte il naso e la bocca (e la cellulite), fidati!

Esattamente come questa notte con le imposte aperte, i passerotti che cinguettano ed i pensieri che circolano nelle vene passando dal cuore, in questo sentire rinascere la vita dopo una lunga pausa sottovuoto. Questa notte in cui tutto ferve e mi sento la bambina in attesa della partenza per il mare mentre mamma si muove sicura e chiude, prepara, dispone tu dormi, shhhh, vi chiamo quando é tutto pronto.