dietro le quinte

Mi salva la curiosità e nonostante gli anni si affastellino candelina dopo candelina, mi viene ancora facile stupirmi.

Perché quando sposto il tendone polveroso di questo palcoscenico trovo sempre delle sorprese.

Pensavo alle mie parole nella HotList di questi giorni anzi, di questi mesi.

Fatica e Sforzo

Cosi ricercando le radici di queste due parole ho anche scoperto che sono sorelle perché se il punto di fatica in ingegneria è quello in cui la pressione può creare una crepa da quella crepa possiamo estrarre altra forza, quella nascosta che a volte temiamo di non avere più.

Mi piace tenermi dentro questa immagine, in questa nuova alba che sonnecchia sotto una coltre di nuvole e regalare autenticità ai miei sorrisi.

E poi mi è  capitato di leggere questo articolo sul web che è riuscito a stupirmi per quanto fosse vicino al mio pensiero. Di certo ha saputo dirlo moooolto meglio di me. Uno serio questo Massimo Sebastiani, chapeau.

https://www.ansa.it/sito/notizie/speciali/editoriali/2020/02/15/la-parola-della-settimana-e-fatica-di-massimo-sebastiani_a93ba11e-968f-4d6f-8c3d-1c05235b32a3.html#:~:text=Soprattutto%20perch%C3%A9%20questo%20sforzo%20ha,all’etimologia%20della%20parola%20fatica.&text=Fatica%2C%20ricorda%20Mazzini%2C%20deriva%20da,Quindi%20fatis%20%C3%A8%20crepa.https://www.ansa.it/sito/notizie/speciali/editoriali/2020/02/15/la-parola-della-settimana-e-fatica-di-massimo-sebastiani_a93ba11e-968f-4d6f-8c3d-1c05235b32a3.html#:~:text=Soprattutto%20perch%C3%A9%20questo%20sforzo%20ha,all’etimologia%20della%20parola%20fatica.&text=Fatica%2C%20ricorda%20Mazzini%2C%20deriva%20da,Quindi%20fatis%20%C3%A8%20crepa.

Ad ogni modo rimembrando antichi discorsi sul pensiero di Schopenhauer e la filosofia del dolore,-fatica necessari per capire ci terrei a ribadire a chi sta Lassù che, con tutto il rispetto per il suo operato, capisco di mio.

Giuro.

Ps: dite che c’era un modo meno cialtrone di linkare l’articolo?😅

Titoli di coda

Ritorno spesso a quel mio sguardo impalato nell’angolo tra il pavimento di sfridi di marmo grigio scuro e l’armadio metallico grigio chiaro accanto all’ingresso della sua stanza.

Ritorno lì quando sento di un’altra storia d’amore finita, noooAncoraaa… oggi per la mia.

Torno in retro guardando dallo specchietto e vedo un tendone da circo, un clown solitario che saltella in mezzo all’arena con due gigantesche scarpe ai piedi ed un trucco umido di lacrime.

E gente che applaude e ride mentre altri puntano il dito perché il clown ha fatto un capitombolo e cerca di rialzarsi ma incespica nelle code del suo buffo frac.

Torno lì, a quell’angolo di marmo sbeccato per raccogliere le forze mentre smetto di rimettere a fuoco, avvicinare i pezzi, scavare nella sabbia, girare nella ruota…girare, girare vor-ti-co-sa-men-te.

Mi risveglio da sola mentre il tempo guizza ed io, scalza, schiaccio col piede la frizione con un occhio al serbatoio.

Grazie al cielo, anche questa volta benzinacen’è…

Scorrendo

La mia vita è un respiro in un pomeriggio di inverno. Con la sua forma indefinita sta sospesa tra il freddo di fuori ed il calore di dentro.

La mia vita è un cane che gioca in un canale, il pelo di fango ed acqua e due occhi di terra fertile.

La mia vita è un grembo di vimini intrecciato che ha contenuto frutti dolcissimi e qualche volta aspri.

La mia vita è una strada che va in salita a zig zag, con le aree di sosta dove se hai tempo puoi fermarti a respirare.

La mia vita è curiosa. Corre, ruzzola ed a tratti inciampa ma si rialza. Vuole sempre conoscere nuovi posti, nuove storie.

La mia vita è un tatuaggio mai fatto, volteggia nella mia mente e disegna delle parole TimeStillExists.

Invece la mia vita è un granello nella clessidra della storia infinita e dalla cima lo vedo chiaramente che scende len-ta-men-te.

La mia vita è musica che batte addosso e vibra dentro, quattro occhi tra centinaia di altri e gli specchi per ballarci dentro.

La mia vita è acciaio gelido dentro un corpo caldo. Un tradimento, un colpo alla schiena che mi ha salvata. Forse.

La mia vita è una spiaggia al tramonto e un’amica e storie da raccontare e silenzi per lasciare spazio ai colori.

La mia vita è una funambola che sta magicamente in equilibrio, leggera procede. A volte guarda giù ma poi rialza lo sguardo, salda cammina verso l’orizzonte gridando Terraaa!

La mia vita è una cascata imponente che sta tappata con un tappo a corona. A volte si ribalta e fragorosamente mi riverso attorno e la corona mi torna sulla testa.

Cheeseee (sorridi per la foto!)

Salirà?!

Che lei mica se la immaginava di avere tutta quella forza ed in verità, detto tra noi, può essere che non ne avesse affatto Forse era solo diventata brava ad addormentare i suoi dolori con ninne nanne di promesse e baci appassionati.

Fragile.

Spesso le avevano appuntato in petto quella parola.

Fragile è una parola che trema mentre prende forma nella gola e si fa solida nel respiro, frrragile. Trema come lei in certe sere stanche. Di freddo e cataste di piatti da raccontare e parole da lavare. Certe sere o notti o giorni o minuti che compivano anni mentre lei soffiava candeline attendendo lumi divini.

Lei che un giorno si strappò quella scritta dal petto…

F

r a

g

i

l e

E i brandelli di carta volarono nel cielo, volteggiando liberi e si andarono ad adagiare sui palmi delle sue mani…

a g i l e

~Forse, pensò, si tratta solo di alleggerirsi un po’~

~continua~

Ventottomaggioduemiladiciotto

Ho scritto tanto, per anni.

Ho scritto per non implodere od esplodere, a seconda dei momenti.

Ho scritto per far star buoni i ricordi, per fermare una speranza ché-MAGarI-si-trAsforma-in-realtà.

Per rimettere ordine cambiando stagione.

Ho scritto.

Ho scritto perché non avevo accanto nessuno che volesse davvero ascoltarmi e mi toccava sempre recitare la parte, infilarmi le scarpette di cristallo e ballare sorridendo e acconsentendo le pestate dei loro feroci scarponi sui miei piedi di cristallo, con i frammenti che mi si conficcavano e io sempre sorridente. Con le mie parole tenute sospese per aria e che finivano per piovere qui.

Poi sei arrivato tu ed ho praticamente smesso di scrivere, le parole potevano pioverci addosso e tu intanto che piovevano mi accarezzavi piano (o anche forte).

Ascoltavi perfino i miei silenzi profondi, a volte percepivo che restavi spiazzato dai miei zigzag dell’anima eppure mi tenevi avvolta a te e mentre mi stavi dentro mi lasciavi piangere, liberandomi dalla paura.

Accogliente.

Pieno di Verità.

Ed il bisogno di scrivere si è dissolto, le parole non erano più costrette a fluttuare incerte per finire appiccicate con le puntine da disegno qui dentro.

C’eri tu.

Ed io finalmente riuscivo a trattenere le parole in tasca e farle uscire dalla bocca mentre ti baciavo e respiravo e mi davo a te e ti tenevo dentro.

E vorrei non essermi sbagliata accecata dalla speranza di poter condividere tutto con te.

E voglio farlo, riprovare ad allungare la mia mano per toccarti, sperando di riuscire ad accarezzarti il cuore.

Sperando.

Sperando in quest’alba piena di vento e nuvole che tu decida di fare un passo verso di me e poi un altro ancora.

Fino ad essermi tanto vicino da sentire il mio fiato sul tuo collo e le mie lacrime bagnarti il petto e poi ti spinga oltre, attraversando i confini dei nostri contorni.

Per essere noi.

Noi. Con le nostre parole mescolate a fare il girotondo, senza limiti al vocabolario.

 

A-pparecchia distanza dal mondo

Mentre cammino nel tunnel sotterraneo della metro e sento in sottofondo l’eco dei ricordi d’infanzia di lunghi corridoi ospedalieri mi faccio forza e seguo il flusso delle centinaia di vite veloci che mi stanno attorno.

Veloci.

Tempo.

Qui sotto è tutto un aggrapparsi per essere piu lesti del tempo per poi sospenderlo sulla tastiera del cellulare scorrendo immagini e parole.

Io il tempo lo sento continuamente attraversarmi il cuore spesso tachicardico, gli dico aspettaunattimochefacciounacosaearrivo ma poi c’è che ho da fare ancora quindi non mi da quasi più credito. Solo qualche rara volta, un risveglio accanto al suo calore, il pulviscolo illuminato dalle luci dell’alba e lui, il mio tempo, che galleggia leggero.

Procedo. Ingranaggio di un sistema, primaopoimisfilo e a testa bassa procedo.

Procedo leggendo: le altre vite, gli altri paesi, gli altri colori. Allargo i confini del mio tempo.

Procedo perlopiu’ a tastoni ed a tratti illuminata da quella canzone in sottofondo.

Rimetto in fila le gioie, i sorrisi, il calore, le parole. Le affastello unasopralaltra tra i polmoni ed il cuore, le cullo.

Guardo l’orologio, salgo veloce le scale e mi lascio avvolgere dal vento e dalla luce. Il vento fa volare via le briciole e scuote il mio cappotto e la mia aria da tavola da sparecchiare.

Suono i tamburi e dovrei accendere un fuoco ma non c’è tempo e seguo il flusso. Si vedrà.

Mancarsi

wpid-img-20141231-wa0014.jpgEra finita così una parte della mia vita, come una panchina che non panchineggia piu’ e resta inerme ed inutile, la nostra storia aveva smesso di storieggiare da un pezzo. Riconoscere che le liste di legno verniciato non erano soltanto sverniciate ma si erano proprio dissolte non era stato semplice. Dapprima mi era parso importante stabilire di chi fosse la “colpa”, ancora non mi era chiaro che qualcosa si era soltanto rotto e dissolto, un fatto inaccettabile che mi lasciava senza una “forma”, uno scheletro, una trama in cui “essere”.
Per scongiurare il baratro di una fine avevo preso a sottrarre respiri, parole, gesti dai giorni sperando che le notti finissero in fretta, il tempo di una doccia per lavarsi via il buio e le impronte estranee dai fianchi.
Finiscono così certe storie, esattamente come certe panchine, per sottrazioni continue, listello dopo listello, bullone dopo bullone, fino a che l’umiditá ed il freddo riescono a penetrare nelle pieghe delle molecole, snaturandone l’essenza. Sottrai parole, pensieri, gesti e provi a sostituirli ogni tanto, giusto per riempire il vuoto pneumatico, con mosse e frasi stereotipate accompagnate da biscotti a forma di cuore (sperando che nella digestione cessi di dolere in quel modo).
Poi arrivano i giorni di vento e di sole. Venti possenti e continui che ti soffiano addosso e dentro ed i listelli, le parole e i bulloni vanno in frantumi disperdendosi nell’aria e nella terra, lasciando al sole il compito di posare il suo consolatorio abbraccio su quel che resta della storia e della panchina.
É finita così, almeno per me. Sottraendo fino a non sapere più dove riporre le parole, i gesti, le carezze, i baci affastellati per anni, fino a non riuscire più a recitare la parte della sorridente mamma e compagna felice in mulinobiancoversion.
Ai piedi di quella panchina e del mio amore dissolto dal freddo e dalla ruggine ho dormito a lungo, tra incubi e qualche sogno gentile tremando per il freddo che mi penetrava crudele. Poi un giorno, gli occhi ancora chiusi, ho sentito dei passi tra le foglie, ed eri tu, tu chi?! quasi non sapevo chi fossi o forse ti conoscevo da tante vite e so soltanto che mi hai sollevata piano tenendomi tra le tue braccia forti e hai raggiunto l’acqua del fiume e siamo tornati all’acqua ed alla vita. Noi, pieni di parole e gesti da mettere in comunione, noi palpitanti e vivi.
Pieni di Veritá.
(Nota: un’ interpretazione etimologica attribuisce l’origine della parola verità alla radice var- che nello zendo -la lingua dei testi sacri zoroastriani dell’antico Iran- vuol dire credere; del resto anche il sanscrito “varami” significa scelgo, voglio. Questa interpretazione sottolinea il significato ed il valore etico, morale e perfino spirituale della verità o meglio della Verità, perché essa indica ciò in cui credo, ciò che scelgo, voglio, spero….)

Girogirotondo

Ernesto. Il suo nome è Ernesto.

Come si dice da queste parti Ernesto ha una “fabbrichetta”, meno di dieci operai e macchine che stampano a ciclo ininterrotto maniglie e decori lavoratissimi per acquirenti del Medioriente.

Ernesto che durante una cena tira fuori un mucchietto di diamanti chiuso in un fazzoletto di tessuto, così, nel bel mezzo della combriccola tra i cin-cin dei grandi ed i calci sotto il tavolo dei piccini. Ernesto che fa luccicare gli occhi della Rosanna, col riflesso dei diamanti a far da sponda al desiderio. Ernesto coi gomiti sul tavolo e la cravatta allentata, fa battute a ripetizione mentre riposa gli occhi sui morbidi seni della vicina di posto.
Ernesto con i quadri alle pareti del salone-doppio, quadri “a catalogo” di artisti morti, meglio.

Ernesto che paga da bere e beve, beve. Che chissà se quel giorno aveva bevuto, il giorno in cui prese l’ascensore con Margherita intendo.
Lei, Margherita ha da poco compiuto 10 anni, da piccola la chiamavano “trapulin-ca-ciapà-i-ratt” due occhi nocciola e le tasche piene di caramelle mou e sogni. Margherita che va sulla bici come una saetta e nuota, nuota e nuoterebbe anche nella vasca da bagno. Quel giorno lì che tornava dalla spiaggia e doveva salire in camera a cambiarsi per cena e lo aveva incontrato nella hall e con la sabbia nelle ciabattine e la musica nella testa era entrata nell’ascensore con lui, l’amico di mamma e papà, l’Ernesto.

Piano 1. Lui l’afferra, la stringe, la tasta come un tubetto di dentifricio.

Piano 2. La sua bocca sulle sue labbra di ciliegia e lui che le sparge sulla faccia litri di saliva che sa di alcool o forse no, liquidi che cercano di attraversarla per entrarle dentro.

Piano 3. le prende la mano e se la strofina addosso. E’ tutto gonfio e duro là in mezzo.

Piano 4. “Ciao Stella, ci vediamo dopo”.

Lei ora cammina nel corridoio verso la sua camera, le mani nelle tasche, due pugni stretti.

Ernesto non ha piu’ la sua fabbrichetta, ai tempi della guerra del Golfo perse la gran parte delle sue commesse. Le sue puttane cominciarono a non rispondergli piu’ e anche il tale Mario con cui soleva vedersi quando i brividi non bastavano è morto di AIDS.

Margherita ha smesso dopo molti anni di sentirsi in colpa. Ha dovuto percorrere corridoi tortuosi e sperimentare assenze e apnee prima di lasciarsi scivolare via quelle mani ruvide e quei liquidi estranei dall’anima ma un giorno si è accorta che lui se n’era andato via.

Girogirotondo, casca il mondo, casca la Terra, tutti giu’perterra….

a.15

One-shot, one kiss

Ci sono notti così dense da non consentire alle parole di unirsi una-all’altra per costruire un pensiero dal senso compiuto.
Notti che viaggiano in discesa coi freni rotti, notti in cui lasci che il vento districhi certi sogni dai tuoi capelli per ritrovarci farfalle quando tornerá il giorno.

Notti che iniziano così.

-Mandami via-

-Vai via vai via vai via-

Ti stringo le mani, mi mordi le labbra. Mi risucchi in un bacio che viene dal centro della terra ed io che ho le mie mani sul tuo viso, ho sete, fame? Cosa?

-Vai via vai via, ti prego vai via-

La tua mano tra le mie labbra, ti mordo. – Vai via vai via vai via- Invece mi stringi, mi guardi fisso negli occhi, i miei, umidi e disperati.

I tuoi non riesco a guardarli.

-Mandami via mandami via-
Intanto cascate di vita e baci mi si frangono addosso ed io mi faccio terra e roccia per accoglierli e lasciarli scivolare attraverso me.

Sei dappertutto e invece dovrei mandarti via.

-Vai via vai via vai via-

Liquefatta tra le tue mani, tu mi dici di mandarti via, io mi lascio baciare ancora mentre ti sussurro di andare via via via, perché non vai via?

Serri le mascelle, ti fermi a guardarmi mentre io volgo lo sguardo altrove perchè altrove vorrei essere.
-Vai via ti prego vai via- e tutti i nodi di un’intera vita si sciolgono in lacrime che non oso fermare perché va in onda la Veritá e tutto é in scena.

Mi volti verso di te e mi guardi in silenzio. Mi avvicino, ti avvicini, confondo il mio respiro con il tuo, ti sfioro le labbra, mi riposo per un istante tra petali di rosa che in attimo si trasformano in un ruzzolare di parole smozzicate tra i nostri denti che si scontrano, nell’urgenza della vicinanza. Baciami baciami baciami finchè sarà l’alba.

-Mandami via mandami via che non ci riesco-

Ti immagino risalire in ascensore, io scivolo nella notte uggiosa inghiottendo un assurdo ma desiderato addio, trattenendo i tuoi baci, i tuoi morsi, le nostre parole, le intese, i sorrisi, gli abbracci stretti, i sogni folli, gli incastri del cuore e dei sensi.
Via.

Motivi (per andare o per restare)

finestra2

-Ehi dov’eri finita, pensavo di averti persa

-stavo ascoltando la musica

-ma fa caldo, vieni all’ombra

-ma all’ombra non la sento!

-cosa?!

-la musica!

-ahahaaa…non pensavo fossi una patita della musica house, quella della gelateria?

-no, no dicevo la musica che sta scritta lì su quel muro

-ahhhh hai visto un volantino di una scuola di musica, dai andiamo che fa caldo e tra mezzora inizia la partita?!

– ti ho detto che sta scritta sul muro, su un pentagramma lì, vedi?!

– ma dove se ci sono solo finestre e stendipanni, andiamo amore, dai!